La società del Monopoli (e del Risiko)

Per una volta, parto da uno spunto di attualità. O meglio, parto dalla situazione attuale, genericamente intesa.
Si può dire che momento storico in cui viviamo è particolare, carico di tensioni irrisolte come elettricità statica prima di un temporale. I guasti e le distorsioni del sistema economico, sociale e politico (ancor di più amplificate nel nostro controverso Paese rispetto al mondo occidentale in genere) mi hanno suggerito una riflessione, relativa al gioco, che propongo a tutti i lettori.

Il gioco, lo sappiamo, si fa da bambini. Sappiamo anche che si fa per imparare, per “addestrarsi”, per prepararsi a diventare adulti. In qualche modo, quindi, è nei giochi che troviamo le radici di quel che siano, di quel che siamo attualmente e, se osserviamo le nuove generazioni, di quello che diventeremo. Ho pensato a quali giochi potessero spiegare la nostra civiltà attuale, a quali potessero essere i paradigmi (incosci) a cui abbiamo affidato i nostri sogni di bambini… e dai quali ora siamo imprigionati.
Senza pretesa di scientificità o analisi approfondite, due giochi hanno conosciuto un successo lungo, duraturo, internazionale e direi costituzionale (nel senso di costituzione di fondamenta): Monopoli e Risiko. In ogni stato “occidentale” o “sviluppato”, questi giochi esistono. E hanno successo.

Non posso fare a meno di osservare che la nostra società, nei rapporti tra gli individui e con il territorio, è nata e sembra crescere, attorno all’idea del Monopoli. Un eterno giro, dove non esiste altro obiettivo se non sconfiggere economicamente gli altri e primeggiare. Un luogo dove il terreno vale poco o nulla, dove lo sviluppo è cementificare per vendere (o affittare) a prezzi sempre maggiori. Dove la corsa all’accaparramento finisce solo quando qualcuno è proprietario di tutto, e gli altri (economicamente) non esistono più.

Tra stati sovrani, invece, nonostante i continui tentativi di cooperazione internazionale, di costruzione democratica oltre l’idea stessa di stati-nazione, nel presente e soprattutto nel passato, vedo la continuità con il Risiko. Come altro spiegare la Guerra Fredda se non con il paziente accumularsi di carri armati dietro le frontiere, in attesa del momento dello scontro finale? Come altro poter spiegare, se non nella logica della conquista (e della agognata carta territorio da pescare), il continuo proliferare di guerre striscianti in paesi più o meno importanti? I nostri eserciti sono costruiti per essere guardati, perché gli altri giocatori al tavolo abbiamo paura di scontrarsi con noi. Se ci interessasse vincere davvero dei confronti con i nemici, assolderemmo hacker e spie, non soldati.

Allora, dopo averci riflettuto, sono giunto alla conclusione che davvero i giochi di oggi sono il futuro di domani. Che il militarismo e il liberismo che ormai impazzano fuori controllo, e che subiamo come se non potessimo difendercene non sono calati dall’alto, imposti da autorità superiori: sono lentamente gocciolati e infiltrati nella nostra infanzia, nei nostri schemi mentali e nelle nostre abitudini tanto che, anche quando cerchiamo di liberarcene, ci accontentiamo rivoltarli nel loro contrario… con l’unico obiettivo di mostrare ancora di più la nostra dipendenza da loro.

Cosa ci aspetta il futuro, allora? A cosa giocano le prossime generazioni? Nel bene o nel male, giocano più individualmente e meno in società di noi. Giocano con meno limiti e barriere di carta e cartone, giocano in uno spazio virtuale dotato di strumenti avanzati. Giocano però solo con quello che vedono, o con cui possono interagire direttamente. Ma giocano…. e continueranno a farlo.

Nostro è il dovere di fornirli giochi migliori. Forse questo gli darà un futuro migliore.

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